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Marco Anelli

VALMALENCO 2006


Stampa fotografica ai sali d’argento, cm 100x100


©Collezione Credito Valtellinese









Le attività legate all’estrazione mineraria in provincia di Sondrio si perdono nella notte dei tempi, cosicché le prima grida risalgono ancora al XIII secolo, e trattano in particolare dell’estrazione, del commercio e dell’utilizzo delle piode. Queste caratteristiche lastre in pietra ricoprono le falde dei tetti della maggior parte dei borghi rurali delle Alpi centrali facendoli rassomigliare, a chi li vedesse dall’alto di una cima, al dorso squamato e luccicante di un pesce. Le cave di piode, situate in Valmalenco, dovevano assomigliare, anticamente, a degli immensi formicai nei quali decine di uomini armati di mazze e martelli, leve e cunei, scavavano i fianchi esausti della montagna, al prezzo di enormi rischi ed immensa fatica. Da allora i metodi estrattivi e le condizioni di lavoro sono, per fortuna, migliorati moltissimo, soprattutto grazie all’evoluzione tecnica e tecnologica.

La commissione, da parte del Gruppo Credito Valtellinese, per una campagna fotografica affidata in maniera dicotomica al romano Marco Anelli e alla fotografa ticinese Stefania Beretta, aveva tra gli scopi quello di indagare gli aspetti di fascinazione estetica propri del lavoro in cava che, come raramente accade, non risultano essere stati appannati dal progresso scientifico. Anzi la forza di questi risoluti scatti in bianco e nero, realizzati da Anelli in Valmalenco presso le cave di S. Giuseppe, risiede proprio nel fatto di negarsi quale malinconica rievocazione dei tempi che furono, della nobile vetustà del fare dell’artigiano, della rimpianta tradizione vernacolare. Si tratta al contrario di un inno – anche fortemente ironico e non scevro da critica – alla civiltà della macchina, alla bellezza del dettaglio industriale, alla potenza perforatrice che intacca le masse rocciose. Tra le molte foto, alcune sono certamente meditazioni mestissime sull’inesorabile girare della ruota del tempo che col passare delle ere ha forgiato queste rocce, questi speroni, questi massicci. Così un blocco scistoso, simile ad una meteora precipitata in un deserto polveroso, può alludere al destino insondabile delle pietre malenche che per via di commercio finiscono in luoghi remotissimi; come in altra epoca e per altre ragioni è accaduto ai massi erratici provenienti dal massiccio Masino-Bregaglia che, trasportati dai ghiacciai quaternari, arrivarono fino alle porte di Milano.





         




Marco Anelli (Roma 1968)








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