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Anselmo Bucci

FANO. GIORNO DI VENTO 1929


Olio su tela,
cm 58,5x95


©Collezione Credito Valtellinese












L’ideale trittico che questo dipinto completa, va a raccontare, insieme a “La foce dell’Arzilla” e “Bagni a Fano” (1921-23), dei luoghi dell’infanzia di Anselmo Bucci da Fossombrone, come lui stesso soleva firmarsi in omaggio alla sua terra e agli antichi pittori. Originario della valle del Metauro, Bucci ha la ventura e il buonsenso, già a vent’anni, di essere perfettamente informato sul panorama artistico europeo, sebbene con un pizzico di ritardo provinciale.

Si spiega così la sequela di brillanti prove pittoriche che l’artista produce a partire dal 1906, nelle quali i Nabis dialogano con i Preraffaelliti; la lezione di Van Gogh incontra quella di Dégas; i ritratti à la Lautrec si fondono con vedute dei boulevards dipinti da Monet. Questa straordinaria capacità di assimilazione di diversi linguaggi pittorici rivela la sua vivacissima intelligenza, forse addirittura troppo acuta per farne un pittore totalmente geniale.

Questa veduta del litorale fanese è forse il quadro emotivamente più sincero della sua produzione, dove i vari soggetti che descrivono la composizione sono ancora pensati – alla maniera dei Macchiaioli – come campiture cromatiche pure. Evidentemente Bucci, mentre dipingeva, aveva negli occhi la “Rotonda dei bagni Palmieri” di Giovanni Fattori, di cui riprende, per l’appunto, l’organizzazione per blocchi cromatici bidimensionali, il formato orizzontale della composizione, e pure il tema paesaggistico. L’adesione emotiva del pittore è evidente nell’attenzione descrittiva che caratterizza la scena, quei paesaggi della sua terra dove il fiume Metauro dalle vallate di Fossombrone si getta a mare. Una melanconia adriatica pervade l’atmosfera fino all’orizzonte ultimo, dove si intravede il promontorio del Conero, sferzato dal libeccio.



         



Anselmo Bucci (Fossombrone, 1887 – Monza, 1955).
Già nel 1905 è in Lombardia, dove conosce Boccioni e segue i corsi dell'Accademia di Brera di Milano. È amico di Dudreville e con lui, nel 1906, si reca a Parigi. Qui si dedica all'incisione e conosce i principali artisti presenti nella capitale francese. Viaggia ancora prima di rientrare in patria nel 1914; si arruola volontario nel Battaglione lombardo ciclisti. Nel dopoguerra ha molte mostre che lo fanno conoscere e gli procurano l'invito alla Biennale di Venezia del 1920. Aderisce a Novecento, ma dal 1925 tende a distaccarsi dal gruppo per affiancare all'attività di artista quella di giornalista e di scrittore. Nel 1930 vince il premio Viareggio con il volume Il pittore volante. Si dedica anche all'arredo dei grandi piroscafi degli anni '30, pur continuando a prendere parte a mostre internazionali.










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